Giorno 59. Strani individui al parco. 

Quando ho aperto questo blog l’ho sottotitolato “le avventure di Virna e Vale”. Chissà quale vita straordinaria avranno quelle due lì, avrete pensato. No, non abbiamo una vita straordinaria, ma è la vita quotidiana, tra routine e novità, ad offrire spunti eccezionali. Anche la solita passeggiata al parco, per esempio, può riservare delle sorprese singolari. 

“Non farlo avvicinare!”. Quante volte ci è capitato di dirlo, o sentircelo dire, quando il nostro cane sta per incontrare un altro cane? È capitato a tutti almeno una volta, ma quanti di voi si sono ritrovati a dirlo ai proprietari di un gatto?
Stavamo passeggiando tranquillamente, quando la Virna, che stava setacciando con l’olfatto ogni filo d’erba di un cespuglio, ha drizzato le orecchie e si è messa in punta. Credevo stesse fissando un cagnolino che correva al di là di un albero, ma non c’era nessun cagnolino e non capivo che cosa stessa attirando la sua totale attenzione. Poi l’ho visto: a un paio di metri da noi, sotto all’albero e terrorizzato, c’era un gattino domestico, munito di pettorina, ma senza guinzaglio, cosicché il proprietario lo ha rincorso mentre scappava dalle fauci della Virna.
Dopo avere fatto il nostro giro, la Virna voleva ovviamente ritornare sul luogo dello scampato delitto: i levrieri hanno una memoria di ferro, potete stare certi che per almeno un mese passando in quel punto cercherà ancora il gatto. Per evitarlo abbiamo fatto un altro giro, ma – era proprio destino! – all’angolo del percorso ecco riapparire il gattino che passeggiava tranquillamente trotterellando davanti al proprietario. Questa volta, però, tutt’altro che terrorizzato, ha puntato dritto verso la Virna: mentre la tiravo indietro, ho detto al proprietario “Non farlo avvicinare!”.
Se un greyhound rescue è capace di mostrare indifferenza per una pallina che rotola o per qualsiasi altro giochino che farebbe la felicità di un Labrador, di fronte a un gatto o a qualsiasi cosa pelosa in movimento (anche un cappello portato dal vento) non capiscono più niente: il loro robottino interno li programma per l’attacco e tu non puoi distrarti nemmeno un secondo perché in un battito di ciglia sono già capaci di avere predato quello che puntavano. In questo caso un gatto che si avvicina è una sfida al Destino, ma volevo evitare la scena raccapricciante del gattino addentato di fronte agli occhi del proprietario.
Però lasciatemelo dire: il gatto domestico al parco, perché?! Non per togliere il piacere di una passeggiata insieme al proprio pet, ma quante probabilità ci sono di perderlo? 

Sventato il pericolo-gatto, vengo fermata dal solito gentile signore che non si lascia sfuggire nemmeno un cordiale “buonasera” e attacca il solito disco rotto: “Questo è un levriero!” mi dice con l’aria dell’esperto. “Questi fanno i 100 all’ora, è vero?” – “Non esageriamo, sono animali, non hanno il motorino attaccato!” – “Gli 80? I 70?”. Più ero evasiva, più lui rilanciava come in un’asta. Quando incontro qualcuno interessato soltanto alla velocità che possono raggiungere i levrieri, come se fossero fenomi da baraccone, sono vaga, non do risposte: non è una conversazione che mi fa piacere avere e cerco di tagliare corto. Poi il signore si impettisce e con evidente orgoglio, come fosse un merito, mi dice: “Io seguivo le corse dei levrieri”. Probabilmente si aspettava che lo guardassi ammirata, invece con un tono un po’ brusco gli ho risposto che io, invece, la Virna l’ho salvata dalle corse. E ho levato i tacchi. 

Ora, ditemi, voi esperti cinofili: per soddisfare quale morbosa curiosità volete sapere a tutti i costi e con la massima precisione a quale velocità corrono i levrieri?
Ve lo dico io: perché sotto sotto guardate con eccitazione una corsa di levrieri. Provate il piacere perverso nel vedere fino a quale incredibile limite la natura riesce ad arrivare, alla ricerca di un record, di un dato straordinario, di qualcosa che vi lasci a bocca aperta. Ci andreste, in un cinodromo, se solo ce ne fossero ancora in Italia. Sapete che fine hanno fatto i greyhound del cinodromo di Napoli quando è stato chiuso? Sono stati venduti per i combattimenti e per essere usati come esche vive per i leoni dello zoo. Quelli di Roma sono stati più fortunati e sono stati adottati, ma quanti sono morti prima della chiusura? Quanti continuano a morire ogni giorno in Irlanda, Inghilterra, Australia, Cina, Vietnam (e molti altri Paesi)? 

Volere sapere morbosamente la velocità che raggiunge un levriero sembra una richiesta innocente, ma nasconde il seme marcio di chi continua ad alimentare l’industria delle corse: gli scommettitori

Vi&Va


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Giorno 58. Le donne della mia famiglia.

L’emozione nell’attesa del grande giorno, e poi la gioia, le lacrime, la tenerezza: un bambino che viene battezzato è il figlio di tutti, prima ancora di entrare nella famiglia dei figli di Dio. Non per me, che non amo i bambini, non provo nessuna tenerezza per loro, non empatizzo con la gamma di emozioni che pervadono i cuori di tutti e che, per questi motivi, vengo considerata l’Anticristo.
Con queste premesse domenica ho portato il mio corpo visibile al battesimo del secondogenito di mia cugina E. Il mio spirito era altrove, a metà strada tra il “vorrei essere a casa, con la Virna sul divano e io alla scrivania a scrivere” e il “potevo stare con i miei amici dei levrieri”. Ho portato la Virna dalla “zia Stefy”, certa che avrebbe trascorso un bel pomeriggio insieme al suo amico Bali, greyhound come lei, e a Mimì, che le abbaia sempre tanto quando la vede, ma poi la accoglie in casa.
Ero in macchina da sola a fare i 50 chilometri necessari a raggiungere la chiesa. Come se già non fossi stata la pecora nera della famiglia.

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Eravamo in due a rivestire lo scomodo ruolo di pecore nere: io e mia cugina E. Controcorrente, rivoluzionarie, oneste e dirette: non ci siamo mai allineate a quello che le brave ragazze vogliono e fanno, e abbiamo sempre detto le cose in faccia fino a essere considerate delle stronze. Io e mia cugina ci capivamo come sorelle, anzi lei era l’amica-complice-confidente che non è mai stata mia sorella biologica.
Anche lei ha sempre seguito il cuore, in tanti glielo hanno spezzato, finché durante una vacanza ha trovato un ragazzo che con lei non c’entrava proprio nulla e che non aveva niente che potesse interessarle. Si sono sposati dopo 4 anni di fidanzamento ed è stato un matrimonio bellissimo.
Siamo rimaste amiche, anche se ovviamente ci vedevamo con minore frequenza, fino all’arrivo del primo figlio, anzi alla prima gravidanza. Anche in questo caso non ho mostrato nessuna empatia, non sono stata presente, mi sono sempre rifiutata di toccarle la pancia perché mi faceva impressione (una volta glielo dissi e non ci parlammo per un po’). Il fatto che non mi piacciano i bambini non mi fa piacere nemmeno i figli delle cugine o delle amiche: non posso costringermi a essere diversa da quella che sono, non posso fare finta di essere come gli altri vorrebbero.
L’arrivo di questo secondo figlio segna il distacco definitivo tra le nostre vite, che non hanno più niente in comune. Del resto anche io preferisco passare il mio tempo libero insieme agli amici che hanno adottato un levriero. È una questione di affinità, che non prescinde dall’affetto: questo rimane immutabile, anche se fa ancora più male arrivare a fine giornata senza avere scambiato neanche due parole.

Ne ho scambiate tantissime, invece, con altre cugine che non vedevo da quando andava ancora di moda il caschetto. Sono venute un po’ a stanarmi perché ho un carattere ombroso e mi isolo facilmente quando non mi sento nel mio ambiente: gli altri mi giudicano stronza, io lo faccio perché vorrei diventare invisibile. Con la scusa di farmi i complimenti per il mio libro, sono venute a sedersi vicino a me C. e la mia quasi-gemella M.: io e M. siamo nate con 7 giorni di differenza, abbiamo fatto tutte le scuole insieme fino alle superiori, siamo cresciute insieme. Abbiamo parlato del mio rientro da Modena, della sua routine quotidiana sui treni, dei miei tatuaggi, delle sue lezioni di crossfit. L’ho vista molto in forma, ma prima del taglio della torta è andata via, mi era sembrato di capire per via di un esame impegnativo che avrebbe dovuto fare la mattina dopo.
Quando sono arrivata a casa, invece, mi ha scritto che avrebbe fatto l’estrazione degli ovociti per tentare la fecondazione in vitro. Ho sempre pensato che fosse contro natura accanirsi per avere qualcosa che la natura non concede e che, forse, non è nel destino di una coppia. Di fronte al messaggio di mia cugina, invece, scritto con tanta passione, speranza, desiderio di essere felice, ho provato soltanto empatia verso una decisione che ha richiesto riflessioni profonde e che ha vissuto senz’altro momenti di dolore.
Giudicare chi sentiamo vicino non è facile come sputare sentenze nelle vite che non conosciamo. Allora mia cugina M. ha tutta la mia ammirazione perché ha deciso di intraprendere un percorso difficile, doloroso e incerto per realizzare il suo desiderio. Non so che forma abbia il desiderio di maternità, ma la forma che ha un desiderio viscerale la conosco bene, e partecipo alla sua speranza.

La torta l’ho mangiata chiacchierando con mia cugina B., con la quale non c’è mai stato un legame particolare e che negli anni si è attirata non poche critiche per certi suoi atteggiamenti polemici (che nemmeno io ho mai condiviso).
B. ha conosciuto il lutto peggiore: la perdita del compagno di una vita dopo l’agonia della malattia. Ha trovato conforto in un uomo molto più grande di lei, non affascinante e benestante. I mormorii e gli sguardi imbarazzati del resto del parentado li ho colti, ma non li ho condivisi: in fondo ammiro il coraggio un po’ sfrontato di presentare a una festa di famiglia un compagno non proprio normale. E poi, che cos’è la normalità? Nient’altro che una convenzione sociale, allora io sto dalla parte di tutti coloro che quella presunta normalità la combattono, la sfidano, che suscitano scandalo. Mi piacciono le scelte non ovvie, quelle meno semplici, quelle che attirano gli sguardi e che fanno rimanere senza parole i benpensanti.
Scommetto che tutti hanno pensato che sia troppo vecchio e troppo brutto per stare insieme a mia cugina. Io, invece, penso di capirla un po’ perché so quanto sia dura essere da soli e affrontare un giorno dopo l’altro senza un compagno con cui condividere i piccoli momenti quotidiani e la prospettiva del futuro insieme a un’altra persona. È facile giudicare, quando da sola non ci sei stata mai, quando torni a casa e hai sempre avuto qualcuno che ti aspettava, quando l’orizzonte non è mai stato di uno sguardo solo. Giudicare è un lusso che possono concedersi soltanto le persone che non conoscono le ombre appiattite di una vita senza testimoni.
Io questo lusso non ce l’ho e allora sono felice per mia cugina e anche un po’ invidiosa perché è riuscita a trovare un testimone per la propria vita.

Vi&Va

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Giorno 57. Nel mezzo del cammin della mia vita.

Oggi è il mio compleanno e non l’ho detto a nessuno. Ho pensato che se nessuno mi avesse fatto gli auguri, avrei potuto dimenticarmi di compiere trentacinque anni.
Non mi ricordo come, da giovane, mi sarei vista a questa età: c’è stato il periodo della “mogliettina”, poi quello della “donna in carriera”, poi quello della “fidanzata sportiva”, poi quello della “ragazza con famiglia”. Dipendeva dall’alchimia emotiva che vivevo in quel momento. Forse, però, mi sono sempre vista da sola con un cane.
Ho coltivato tanti sogni, ho seguito tante strade: abbandonandole, ricominciandole daccapo, correggendo la traiettoria, prendendo dei sentieri laterali, ritornando sui miei passi e saltando sopra il vuoto – spesso. Ho fatto del reinventarmi un’opportunità per crescere, sperimentare, trovare una nuova immagine di me stessa. L’ho fatto così tante volte che la stabilità ha finito per farmi boccheggiare come l’afa di questa estate.
Dovrei essere soddisfatta, eppure oggi vorrei sparire per non dovere fare bilanci. Nel mezzo del cammin della mia vita, invece, fare bilanci è inevitabile.

Ho realizzato quei due-tre sogni che, grandi o piccoli che siano, sono una gran bella soddisfazione. Ho girato l’Italia in lungo e in largo con un lavoro che per la gente mantiene il fascino dell’Arte. Ho conosciuto persone famose, ho lavorato con personaggi popolari, ho flirtato con sportivi da sogno e con l’Uomo dei Miei Sogni ho fatto un viaggio dall’altra parte dell’Europa. Ho scritto tanto, ho scritto per me stessa, ho scritto per gli altri, ho scritto degli altri, ho raccontato storie che mi hanno arricchito. Ho pubblicato un libro e rilasciato la mia prima intervista per un giornale.

Ho frequentato un musicista, un attore, uno sportivo olimpionico, un mago, ma non sono stata la fidanzata di nessuno.
La mia natura libera e curiosa mi ha sempre spinto verso nuove sfide, nuovi territori di ricerca. Ci sono persone che si fermano alla prima tappa del viaggio: trovano una persona, un lavoro, costruiscono una casa, una famiglia, fanno dei figli, e sono felici così. Ci sono persone che non smettono mai di cercare, che si fermano in un posto il tempo per viverlo fino in fondo, fino all’ultima goccia di energia e di emozioni, per poi riprendere a vagabondare nella vita. Ogni traguardo è un nuovo punto di partenza, le esperienze che non hanno ancora vissuto, le persone che non hanno ancora conosciuto, i luoghi che non hanno ancora visitato, le strade che non hanno ancora percorso sono ciò di cui hanno bisogno per sentirsi vive. Queste persone sono condannate a vagare come fantasmi nella propria esistenza, alla ricerca di una pace che forse non troveranno mai perché quietare l’inquietudine è cambiare il vento della propria natura e forse quel vento non cambierà mai.
Non so se sfamerò la mia inquietudine. Non è facile essere in continuo movimento, in continua mutazione: essere l’Ulisse della propria esistenza è una grande opportunità, ma costa una grande fatica e un prezzo molto alto – non mettere radici mai, e a volte fa soffrire.
Avrei voluto avere un fidanzato.
Avrei voluto fare le vacanze insieme e tornare con le immagini di noi due felici.
Avrei voluto passeggiare mano nella mano sul bagnasciuga.
Avrei voluto farlo sedere alla tavola imbandita della mia famiglia.
Avrei voluto presentarlo ai miei parenti ed essere orgogliosa di lui.
Avrei voluto sentirmi dire “ti amo”.
Avrei voluto essere salvata un po’.
Non ho avuto niente, mai.

Forse adesso sarà più chiara la forma che ha preso la Virna nella mia vita: lei non è un cane, lei è la mia compagna di vita.
E forse adesso sarà più chiaro anche il motivo per cui mi arrabbio quando mi dicono che non posso paragonare un cane a un bambino. Posso farlo, eccome: quello che un bambino rappresenta nelle vite di chi lo ha, nella mia lo rappresenta la Virna.
Lei è la mia migliore amica, il mio fidanzato, la bambina che non avrò mai (perché i bambini non mi sono mai piaciuti e ho smesso di sentirmi in colpa per questo).
Lei è la relazione che non vivrò mai, le vacanze le faccio con lei, le passeggiate in riva al mare le faccio con lei, le foto le faccio con lei. Lei è la presenza che non mi fa sentire sola.

Per crescere ci sono molte strade, si diventa maturi sotto tante forme. Io ho scelto questa: essere la compagna della Virna.
Oggi festeggiamo due anni e sette mesi dal suo arrivo: lei è un cane completamente diverso, aperta, socievole e serena; io sono una donna completamente diversa, responsabile, non sempre serena, ma di certo più equilibrata.
Questo è un legame da cui non posso scappare, è un rapporto in cui devo essere la più forte (e non la solita vittima) perché lei ha bisogno di una guida che le dia sicurezza. Lei mi spinge ogni giorno a trovare una stabilità che non ho mai conosciuto prima: quante volte mi ha costretto a smettere di piangere, a smettere di rimuginare, a controllare le mie paure, ad andare oltre le mie ansie. Lei è il mio amuleto contro la depressione: anche quando avrei voglia di stare a casa a piangere (magari per l’ultimo ragazzo che è passato come Attila sul mio cuore, oppure per un’amica secolare che reciso le radici), devo uscire per forza, perché lei ne ha bisogno e il suo benessere è il faro che guida il timone che stringo tra le mani.
Quando è arrivata la Virna, la mia vita è cambiata: non sapevo che cosa significasse essere responsabile di una creatura che dipende da me e dalle mie scelte. Lei mi ha costretto a evolvermi, a diventare matura, a essere forte: aveva bisogno di vedere in me questo genere di essere umano.

Oggi compio trentacinque anni e, nonostante i miei fallimenti, sento che non è stato tutto sbagliato, che io non sono tutta da buttare. E se nessuno vorrà accompagnarmi nella mia vita, so che ce la farò anche da sola.

Vi&Va

sdr

Non è la foto più bella di me e la Virna, ma a me piace per la spontaneità: la Virna si è avvicinata al display e, toccandolo con il naso, ha fatto scattare la fotocamera e io ho riso.