Giorno 66. Arrivederci a settembre! 

La sensazione di sentirmi piccola piccola, sovrastata dall’altezza dei fusti, non la scorderò mai. Tale rimane ancora per me oggi il frumento: qualcosa che mi fa sentire piccola. 

Dal campo di frumento altissimo, che ogni giorno osserva le nostre passeggiate al parco, ci congediamo salutandovi con il sorriso di chi parte per inaugurare il proprio periodo di festa e di vuoto. Partiamo con tanta voglia di sospendere il tempo, chiuderci la porta di questo ultimo anno alle spalle e ricaricare le energie per affrontare una nuova fase della nostra vita. Ci attendono nuove sfide e tante avventure: abbiamo una vita meravigliosa che ci aspetta e non lasceremo per strada neanche un’emozione. 

Parto senza orpelli, accompagnata soltanto dai miei libri, fedeli compagni di viaggio: lascerò riposare computer e tablet, anche loro hanno bisogno di staccare la spina per un po’. Ci ritroveremo a settembre sul blog e sui social. 

Tanti saluti a tutti,
Vi&Va.

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Giorno 62. Scoprire il destino scritto nel proprio nome.

Questa mattina ero troppo impegnata a dare da bere a un cane per capire subito quello che hanno detto nel frattempo: «Che brava che è la Valentina, è come San Valentino!»

Ormai io e la Virna abbiamo il nostro giro di “amici del parco”: sono le persone che incontriamo tutte le mattine, più o meno alla stessa ora. Il signor Vittorio, insieme a Zeus, labrador nero, lo incontriamo anche nello stesso punto del percorso, mentre fa la sua camminata insieme alla signora Graziella.
La prima volta che mi aveva rivolto la parola aveva scelto le parole sbagliate: “Deve portarlo a correre, questo cane!”. Esattamente quello che non si dovrebbe mai dire a chi ha un levriero salvato dalle corse. Me ne sono stata sulle mie nei giorni successivi, salutandolo un po’ a denti stretti, finché un giorno lo abbiamo incontrato con il suo cagnolone vivace e gentile, che la Virna ha subito preso in simpatia. È stata la scusa per fare un tratto di sentiero insieme e una chiacchierata: ho scoperto che il signor Vittorio è molto gentile, ha un sacco di interessi e rispetto per i cani. Non ha più messo nella stessa frase il nome Virna e il verbo correre.

Questa mattina l’ho incontrato di fronte alle Scuderie delle Groane: stava parlando con una coppia di signori che tutti i giorni passeggiano a braccetto. Un giorno la Virna si è avvicinata per fare le feste, e siccome la signora ha ritratto la mano, ho voluto rassicurarla che si stava avvicinando soltanto perché non aspetta altro che di incontrare qualcuno al quale fare le feste. E così ho scambiato qualche parola anche con loro: mi hanno raccontato del nonno che era un esperto educatore cinofilo e della passione con cui svolgeva il suo lavoro; e del pastore del bernese del figlio, che è affettuoso e che la nipotina considera come un amico bambino.
Quando li ho incontrati non potevo non fermarmi: la Virna ci sarebbe rimasta troppo male e, sinceramente, anche a me faceva piacere salutarli. Vedendo il povero labrador ansimare con tutta la lingua di fuori gli ho dato da bere l’acqua che mi rimaneva e intanto gli parlavo. Ho sentito soltanto distrattamente quello che ha detto la signora: «È come San Valentino!».
Lì per lì non ho badato a questa frase, anche se ho inteso che l’intenzione di queste parole era elogiare la mia generosità e accortezza verso un altro cane assetato. (Non ho fatto niente di straordinario, ma evidentemente un buon gesto è così raro che quando lo si incontra diventa eccezionale). Poi ho deciso di verificare le fonti: esiste un rapporto tra San Valentino e gli animali?

Ho sempre odiato il mio nome e per fortuna sono nata femmina, altrimenti lo avrei portato al maschile. Per una zitella nata, chiamarsi come il patrono degli innamorati non è soltanto una beffa, ma uno scherzo di cattivo gusto, una cattiveria del Destino bell’e buona.
Non ho mai ricevuto un regalo né un fiore né un invito a cena: soltanto mia madre non mi ha mai fatto mancare un mazzo di fiori freschi, un regalo e un brindisi a cena.
Credo di odiare il 14 febbraio più del Natale stesso, che, si sa, è il periodo più deprimente dell’anno per chi è da solo.
Sentire nominare San Valentino è stato come essere punta di soppiatto con uno spillo. La curiosità mi ha fatto superare il fastidio e ho fatto una breve ricerca, quanto basta per trovare conferma ai miei sospetti: San Valentino, prima di essere una festa commerciale organizzata dalla Perugina, era venerato come santo protettore degli animali domestici.
È una piccola scoperta per l’umanità, ma una grande scoperta per me, che ora guardo da tutt’altra prospettiva il mio nome e il destino che vi è racchiuso, in base al principio latino del nomen omen. Fin da bambina ho mostrato più simpatia per gli animali che per gli umani, tendenza che ho cercato di invertire in gioventù, ma che con l’età adulta è tornata a prevalere. Se alla piccola Valentina aveste chiesto che cosa avrebbe voluto fare da grande, vi avrebbe risposto senza esitazioni: “La veterinaria!”.
E così grazie alla signora del parco ho scoperto che cosa mi porto dentro da quando sono nata, grazie a questo nome che ora non odio più. 

It’s all so Grey!

Vi&Va 

SAN-VALENTINO-VITA

 

Giorno 59. Strani individui al parco. 

Quando ho aperto questo blog l’ho sottotitolato “le avventure di Virna e Vale”. Chissà quale vita straordinaria avranno quelle due lì, avrete pensato. No, non abbiamo una vita straordinaria, ma è la vita quotidiana, tra routine e novità, ad offrire spunti eccezionali. Anche la solita passeggiata al parco, per esempio, può riservare delle sorprese singolari. 

“Non farlo avvicinare!”. Quante volte ci è capitato di dirlo, o sentircelo dire, quando il nostro cane sta per incontrare un altro cane? È capitato a tutti almeno una volta, ma quanti di voi si sono ritrovati a dirlo ai proprietari di un gatto?
Stavamo passeggiando tranquillamente, quando la Virna, che stava setacciando con l’olfatto ogni filo d’erba di un cespuglio, ha drizzato le orecchie e si è messa in punta. Credevo stesse fissando un cagnolino che correva al di là di un albero, ma non c’era nessun cagnolino e non capivo che cosa stessa attirando la sua totale attenzione. Poi l’ho visto: a un paio di metri da noi, sotto all’albero e terrorizzato, c’era un gattino domestico, munito di pettorina, ma senza guinzaglio, cosicché il proprietario lo ha rincorso mentre scappava dalle fauci della Virna.
Dopo avere fatto il nostro giro, la Virna voleva ovviamente ritornare sul luogo dello scampato delitto: i levrieri hanno una memoria di ferro, potete stare certi che per almeno un mese passando in quel punto cercherà ancora il gatto. Per evitarlo abbiamo fatto un altro giro, ma – era proprio destino! – all’angolo del percorso ecco riapparire il gattino che passeggiava tranquillamente trotterellando davanti al proprietario. Questa volta, però, tutt’altro che terrorizzato, ha puntato dritto verso la Virna: mentre la tiravo indietro, ho detto al proprietario “Non farlo avvicinare!”.
Se un greyhound rescue è capace di mostrare indifferenza per una pallina che rotola o per qualsiasi altro giochino che farebbe la felicità di un Labrador, di fronte a un gatto o a qualsiasi cosa pelosa in movimento (anche un cappello portato dal vento) non capiscono più niente: il loro robottino interno li programma per l’attacco e tu non puoi distrarti nemmeno un secondo perché in un battito di ciglia sono già capaci di avere predato quello che puntavano. In questo caso un gatto che si avvicina è una sfida al Destino, ma volevo evitare la scena raccapricciante del gattino addentato di fronte agli occhi del proprietario.
Però lasciatemelo dire: il gatto domestico al parco, perché?! Non per togliere il piacere di una passeggiata insieme al proprio pet, ma quante probabilità ci sono di perderlo? 

Sventato il pericolo-gatto, vengo fermata dal solito gentile signore che non si lascia sfuggire nemmeno un cordiale “buonasera” e attacca il solito disco rotto: “Questo è un levriero!” mi dice con l’aria dell’esperto. “Questi fanno i 100 all’ora, è vero?” – “Non esageriamo, sono animali, non hanno il motorino attaccato!” – “Gli 80? I 70?”. Più ero evasiva, più lui rilanciava come in un’asta. Quando incontro qualcuno interessato soltanto alla velocità che possono raggiungere i levrieri, come se fossero fenomi da baraccone, sono vaga, non do risposte: non è una conversazione che mi fa piacere avere e cerco di tagliare corto. Poi il signore si impettisce e con evidente orgoglio, come fosse un merito, mi dice: “Io seguivo le corse dei levrieri”. Probabilmente si aspettava che lo guardassi ammirata, invece con un tono un po’ brusco gli ho risposto che io, invece, la Virna l’ho salvata dalle corse. E ho levato i tacchi. 

Ora, ditemi, voi esperti cinofili: per soddisfare quale morbosa curiosità volete sapere a tutti i costi e con la massima precisione a quale velocità corrono i levrieri?
Ve lo dico io: perché sotto sotto guardate con eccitazione una corsa di levrieri. Provate il piacere perverso nel vedere fino a quale incredibile limite la natura riesce ad arrivare, alla ricerca di un record, di un dato straordinario, di qualcosa che vi lasci a bocca aperta. Ci andreste, in un cinodromo, se solo ce ne fossero ancora in Italia. Sapete che fine hanno fatto i greyhound del cinodromo di Napoli quando è stato chiuso? Sono stati venduti per i combattimenti e per essere usati come esche vive per i leoni dello zoo. Quelli di Roma sono stati più fortunati e sono stati adottati, ma quanti sono morti prima della chiusura? Quanti continuano a morire ogni giorno in Irlanda, Inghilterra, Australia, Cina, Vietnam (e molti altri Paesi)? 

Volere sapere morbosamente la velocità che raggiunge un levriero sembra una richiesta innocente, ma nasconde il seme marcio di chi continua ad alimentare l’industria delle corse: gli scommettitori

Vi&Va