Giorno 74. E la Virna, nel frattempo, si riposava.

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Nel post di ieri, Giorno 73, ho raccontato la mia metà della scorsa settimana da paura: mentre io rimbalzavo dal lavoro alla Holden, in quale faccende s’è affaccendata la Virna?
Anche per lei sono stati giorni di sfide, affrontate come di consueto – e per fortuna! – tra una dormita e l’altra.

Quando sono impegnata in teatro o in trasferta, la Virna è affidata ai nonni: mia madre, a proprio agio in cucina, è deputata alla preparazione del banchetto per la principessa, mentre mio padre, di gamba lesta, è il suo cocchiere che la porta a spasso. Una strategia vincente e parecchio rodata: se nei primi mesi dal suo arrivo non ho praticamente lavorato, dopo otto mesi sono partita per una trasferta di otto giorni. Lei aveva avuto il tempo di affezionarsi ai nonni e di fidarsi del fatto che sarei tornata, anche se non mi vedeva per diversi giorni.
Quella prima volta è filato tutto liscio e, quando ho ripreso a fare la trottola tra un teatro e l’altro, la Virna ha capito che a casa dei nonni poteva dormire sul divano, farsi coccolare a oltranza, essere viziata con qualche premietto e non doveva nemmeno fare la mezza maratona come con la mamma! E poi dicono che i levrieri non sono tanto svegli.
Nel tempo ha anche smesso di mugolare quando esco dalla porta: ormai rimane impassibile. Distrutta dal dolore, proprio.
Scherzo sul fatto che non soffra quando non ci sono, ma in realtà la benedico perché ha un bel carattere e si è adattata perfettamente anche alla mia vita un po’ incasinata. Quando si dice l’anima gemella.

Tutto sotto controllo, dunque. E invece no: io ero nervosa per il lavoro (ma non si era capito, eh!), ma ho cercato in tutti i modi di non trasmetterle il mio nervosismo – perché i levrieri hanno una sensibilità fuori dal comune e percepiscono anche le emozioni che noi proviamo a un livello ancora inconscio – e soprattutto eravamo all’inizio del cambio di alimentazione. Definirla fase cruciale è un opaco eufemismo.
Il cibo è sempre un argomento delicato come il suo intestino: fare il cambio senza osservare le sue reazioni con i miei stessi occhi di me medesima mi preoccupava.
Se: sta male-ha bisogno di uscire-vomita-fa la diarrea-la cacca troppo molle-la cacca troppo dura-non mangia-e mille altre ipotesi?
Ma non sono apprensiva, no.
Per fortuna mia madre ha tonnellate di razionalità più di me: la mia natura emotiva sbatte violentemente contro la sua, ma a volte è anche rassicurante. Quando si parla della Virna, mi dà sempre tranquillità, forse perché ha avuto due figlie e io fino a tre anni fa non sapevo badare neanche a me stessa.
Così nei giorni scorsi ci mandavamo messaggi che, a leggerli, sembravamo un medico e il suo paziente: ha dormito? quante cacche ha fatto? ha mangiato? ha corso? dalle 50 grammi di questo, 70 di quello, 100 grammi di quell’altro. Il tutto coadiuvato da documentazione fotografica, di cui allego alcuni campioni senza filtri e senza inganni. Altro che Grey’s Anatomy.
Nel mondo non-verbale della Virna (beata lei!) i giorni sono stati più o meno questi: che bello il nonno mi porta fuori tanto faccio quello che voglio – che bello andiamo in centro allora mi metto a saltare – che bello c’è la nonna che mi dà da mangiare – che bello c’è la pappa nuova che mi piace di più di quella vecchia – che bello c’è la zia Francy che mi coccola – che bello dormo sul divano quanto voglio.
Che stress, insomma!

It’s all so Grey!

Vi&Va

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Giorno 53. La “Giornata mondiale del cane in ufficio”.

Oggi, 23 giugno, ho scoperto essere la “Giornata mondiale del cane in ufficio”: ormai vengono indette Giornate mondiali su qualsiasi argomento, ma questa mi sta particolarmente a cuore. Perché per me e la Virna ogni giorno è la Giornata mondiale del cane in ufficio.

E’ un tranquillo e pacato venerdì sera alle 18.00 di una giornata di sciopero dei mezzi a Milano, la primavera porta un vento nuovo e fresco. Mentre sono impegnata a evitare settantadue incidenti a ogni metro che faccio, mi squilla il cellulare: senza nemmeno guardare chi sia, rispondo. “Ciao Valentina, sono Paolo”. Non riconosco il mio capo e blatero un “Ciao Paolo” che tradisce il mio essere spaesata. E già iniziamo bene. “Ti andrebbe di farti un annetto a Modena?”. Allora sì che rischio l’incidente! La proposta mi stordisce, era ovviamente l’ultima cosa che credevo potesse capitarmi in quel momento in cui stavo indirizzando la mia vita in tutt’altra direzione.
Quando gli faccio presente che io ho il cane e che devo capire come organizzarmi, lui mi risponde che non c’è nessun problema, il cane lo porto in ufficio!
I miei capi hanno sempre portato i loro cani in ufficio, la mia collega (levrierista di vecchio corso) ha sempre portato i suoi, per cui è sembrato naturale che anche io potessi portare la Virna.

E così la Virna mi ha fatto compagnia durante tutto questo anno in ufficio. All’inizio mi seguiva non appena mi alzavo dalla sedia, poi ha capito che anche se scendo le scale non significa che sto andando via, per cui non è il caso che si scomodi ad alzarsi. Durante le prime settimane rubava qualsiasi cosa di vagamente commestibile ci fosse nei cestini: per ben due volte ha persino rubato la carta in cui erano avvolti dei tortini biologici e sarà stata biologica anche la carta, perché non ne ho trovato traccia. Dopo delle sonore sgridate, ha smesso di rubare, ma non di ficcare la testa in ogni cestino a portata di naso.

La Virna si sdraia su un materassino sotto la scrivania alle mie spalle, che non è propriamente comodo come la cuccia o il divano di casa, però lei si fa delle grandi dormite, ha imparato subito che quello è il suo posto e quando ha voglia si sposta su uno degli altri tappeti che abbiamo oppure fa un giro negli altri uffici (andando ad appallottolarsi sulla poltrona del mio capo). Guardate il video qui sotto per avere un assaggio della fervente attività della Virna in ufficio.

Voglio pensare che a lei basti questo: stare insieme a me. A me di sicuro basta questo per stare bene: averla vicina mi fa sentire meno sola e mi rasserena. E si sa che un impiegato felice lavora meglio.
In Italia non è molto diffusa l’abitudine di portare il cane in ufficio ed è un errore: gli animali contribuiscono a creare un’atmosfera più distesa, favoriscono la socializzazione tra colleghi, portano gioia in tutto l’ufficio. Tutti ne beneficiano, perciò io proporrei la “office pet therapy” in tutti gli uffici: magari il vostro collega smetterebbe di abbaiare tutto il giorno!

It’s all Grey!

Vi&Va