#ReBlog Paure: come faccio a farcela

Donne che passano attraverso un momento difficile e ne escono rinnovate: donne che ce la fanno.
Il tema mi riguarda da vicino, visto che l’attuale capitolo della mia vita parte da una morte e da una frattura. E anche questo blog nasce da quella sorgente.

Leggete questo post del blog La nuova me: si parla di donne che ce l’hanno fatta. A trovare una nuova strada, a cambiare direzione, a scoprire nuovi percorsi.

Buona lettura e grazie alla blogger Elisa per lo sguardo che ha verso il mondo femminile.

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Domani è Halloween e con questo post voglio dare il mio contributo al giorno più spaventoso dell’anno – a modo mio e al femminile. Come?

Ho chiesto ad alcune donne di raccontare, in breve, un episodio della loro vita che le ha messe in crisi. Come hanno fatto per superare la paura? Come affrontano i momenti difficili? Perché i momenti no capitano a tutti, cambiare fa paura e conservare l’ottimismo, o anche solo andare avanti per la tua strada, può essere davvero dura. E dobbiamo attingere alle nostre risorse nascoste per illuminare la via.

Per farcela.

Nicole racconta di quando ha mollato tutto per amore. Barbara di come convive con una malattia che la mette a dura prova – ma, nonostante questo, ha realizzato il sogno di diventare wedding planner. Laura parla di routine quotidiana e serendipity. Valentina ha superato un lutto e ha cambiato rotta. Anna ha trasformato l’odio in un lavoro che unisce arte e terapia.

Questo post è dedicato a tutte le donne che si chiedono “ma vado bene così?”, “ma chi me l’ha fatto fare?”, “sarò abbastanza brava?”, “questa cosa è più grande di me”. E, soprattutto: “Come faccio a farcela?”

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Giorno 58. Le donne della mia famiglia.

L’emozione nell’attesa del grande giorno, e poi la gioia, le lacrime, la tenerezza: un bambino che viene battezzato è il figlio di tutti, prima ancora di entrare nella famiglia dei figli di Dio. Non per me, che non amo i bambini, non provo nessuna tenerezza per loro, non empatizzo con la gamma di emozioni che pervadono i cuori di tutti e che, per questi motivi, vengo considerata l’Anticristo.
Con queste premesse domenica ho portato il mio corpo visibile al battesimo del secondogenito di mia cugina E. Il mio spirito era altrove, a metà strada tra il “vorrei essere a casa, con la Virna sul divano e io alla scrivania a scrivere” e il “potevo stare con i miei amici dei levrieri”. Ho portato la Virna dalla “zia Stefy”, certa che avrebbe trascorso un bel pomeriggio insieme al suo amico Bali, greyhound come lei, e a Mimì, che le abbaia sempre tanto quando la vede, ma poi la accoglie in casa.
Ero in macchina da sola a fare i 50 chilometri necessari a raggiungere la chiesa. Come se già non fossi stata la pecora nera della famiglia.

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Eravamo in due a rivestire lo scomodo ruolo di pecore nere: io e mia cugina E. Controcorrente, rivoluzionarie, oneste e dirette: non ci siamo mai allineate a quello che le brave ragazze vogliono e fanno, e abbiamo sempre detto le cose in faccia fino a essere considerate delle stronze. Io e mia cugina ci capivamo come sorelle, anzi lei era l’amica-complice-confidente che non è mai stata mia sorella biologica.
Anche lei ha sempre seguito il cuore, in tanti glielo hanno spezzato, finché durante una vacanza ha trovato un ragazzo che con lei non c’entrava proprio nulla e che non aveva niente che potesse interessarle. Si sono sposati dopo 4 anni di fidanzamento ed è stato un matrimonio bellissimo.
Siamo rimaste amiche, anche se ovviamente ci vedevamo con minore frequenza, fino all’arrivo del primo figlio, anzi alla prima gravidanza. Anche in questo caso non ho mostrato nessuna empatia, non sono stata presente, mi sono sempre rifiutata di toccarle la pancia perché mi faceva impressione (una volta glielo dissi e non ci parlammo per un po’). Il fatto che non mi piacciano i bambini non mi fa piacere nemmeno i figli delle cugine o delle amiche: non posso costringermi a essere diversa da quella che sono, non posso fare finta di essere come gli altri vorrebbero.
L’arrivo di questo secondo figlio segna il distacco definitivo tra le nostre vite, che non hanno più niente in comune. Del resto anche io preferisco passare il mio tempo libero insieme agli amici che hanno adottato un levriero. È una questione di affinità, che non prescinde dall’affetto: questo rimane immutabile, anche se fa ancora più male arrivare a fine giornata senza avere scambiato neanche due parole.

Ne ho scambiate tantissime, invece, con altre cugine che non vedevo da quando andava ancora di moda il caschetto. Sono venute un po’ a stanarmi perché ho un carattere ombroso e mi isolo facilmente quando non mi sento nel mio ambiente: gli altri mi giudicano stronza, io lo faccio perché vorrei diventare invisibile. Con la scusa di farmi i complimenti per il mio libro, sono venute a sedersi vicino a me C. e la mia quasi-gemella M.: io e M. siamo nate con 7 giorni di differenza, abbiamo fatto tutte le scuole insieme fino alle superiori, siamo cresciute insieme. Abbiamo parlato del mio rientro da Modena, della sua routine quotidiana sui treni, dei miei tatuaggi, delle sue lezioni di crossfit. L’ho vista molto in forma, ma prima del taglio della torta è andata via, mi era sembrato di capire per via di un esame impegnativo che avrebbe dovuto fare la mattina dopo.
Quando sono arrivata a casa, invece, mi ha scritto che avrebbe fatto l’estrazione degli ovociti per tentare la fecondazione in vitro. Ho sempre pensato che fosse contro natura accanirsi per avere qualcosa che la natura non concede e che, forse, non è nel destino di una coppia. Di fronte al messaggio di mia cugina, invece, scritto con tanta passione, speranza, desiderio di essere felice, ho provato soltanto empatia verso una decisione che ha richiesto riflessioni profonde e che ha vissuto senz’altro momenti di dolore.
Giudicare chi sentiamo vicino non è facile come sputare sentenze nelle vite che non conosciamo. Allora mia cugina M. ha tutta la mia ammirazione perché ha deciso di intraprendere un percorso difficile, doloroso e incerto per realizzare il suo desiderio. Non so che forma abbia il desiderio di maternità, ma la forma che ha un desiderio viscerale la conosco bene, e partecipo alla sua speranza.

La torta l’ho mangiata chiacchierando con mia cugina B., con la quale non c’è mai stato un legame particolare e che negli anni si è attirata non poche critiche per certi suoi atteggiamenti polemici (che nemmeno io ho mai condiviso).
B. ha conosciuto il lutto peggiore: la perdita del compagno di una vita dopo l’agonia della malattia. Ha trovato conforto in un uomo molto più grande di lei, non affascinante e benestante. I mormorii e gli sguardi imbarazzati del resto del parentado li ho colti, ma non li ho condivisi: in fondo ammiro il coraggio un po’ sfrontato di presentare a una festa di famiglia un compagno non proprio normale. E poi, che cos’è la normalità? Nient’altro che una convenzione sociale, allora io sto dalla parte di tutti coloro che quella presunta normalità la combattono, la sfidano, che suscitano scandalo. Mi piacciono le scelte non ovvie, quelle meno semplici, quelle che attirano gli sguardi e che fanno rimanere senza parole i benpensanti.
Scommetto che tutti hanno pensato che sia troppo vecchio e troppo brutto per stare insieme a mia cugina. Io, invece, penso di capirla un po’ perché so quanto sia dura essere da soli e affrontare un giorno dopo l’altro senza un compagno con cui condividere i piccoli momenti quotidiani e la prospettiva del futuro insieme a un’altra persona. È facile giudicare, quando da sola non ci sei stata mai, quando torni a casa e hai sempre avuto qualcuno che ti aspettava, quando l’orizzonte non è mai stato di uno sguardo solo. Giudicare è un lusso che possono concedersi soltanto le persone che non conoscono le ombre appiattite di una vita senza testimoni.
Io questo lusso non ce l’ho e allora sono felice per mia cugina e anche un po’ invidiosa perché è riuscita a trovare un testimone per la propria vita.

Vi&Va

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