Giorno 76. I compromessi in una relazione.

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Ci sono giorni in cui bisogna perdersi nelle azioni per non pensare, per non sentire il crampo al cervello che ti fa impazzire. Come insegna Carrie Bradshaw, l’unico modo per non starsene giorni interi a rimuginare su pensieri che si allontanano progressivamente dalla realtà è fare andare le mani: fare le pulizie, togliere la polvere dagli interstizi, fare mille ripetute con i pesi, pettinare le bambole, smacchiare i giaguari, ma anche prendere a sberle qualcuno potrebbe essere una soluzione.

Oggi è proprio uno di quei giorni. Dato che non ho alcuna similitudine genetica né con Cenerentola né con Antonia Klugmann, il mio modo per scaricare la mente è l’attività fisica: quando non c’era ancora la Virna mi buttavo in acqua e macinavo centinaia di vasche, adesso andiamo al parco e ci facciamo una bella passeggiata. Bella per me, per lei un po’ meno: per svuotare la mente ho bisogno di avere un’andatura veloce e costante, e lei non può fermarsi ad annusare i fiorellini come Pollyanna. Quanta pazienza deve avere con me.

La domanda che si fa strada tra un chilometro e l’altro è questa: quanti compromessi bisogna accettare in una relazione? 
Se penso ai compromessi nella relazione con il mio levriero, non chiedetevi (e non chiedetemi) come mai io sia zitella: mi pare evidente.
Il fatto che sia uomini che cani siano animali sociali è puramente teorico e, soprattutto, non implica che siano necessariamente anche socievoli. E siccome mi piace andare controcorrente, io sono asociale e il mio levriero è socievolissimo. Eppure dovrebbe essere il contrario.
Mi sto abituando a sentirmi dire dalle persone alle quali la Virna va incontro scodinzolando per fare le feste che non hanno mai visto un levriero così socievole, ma non mi sto abituando affatto a dovere interagire per forza con altri rappresentanti della mia specie: difficoltà che si accentua quando torno a fare il lavoro che faccio, basato sì sui rapporti interpersonali, ma su un flusso e una cadenza irregolari, e che dunque lascia ampio spazio alla mia natura solitaria e introspettiva.
Detto in maniera esplicita, ci sono giorni in cui non vorrei vedere anima viva. Contingenza irrealizzabile, se hai un cane. (E aggiungo subito che questa è una delle declinazioni dell’espressione “la Virna mi ha salvato”, perché altrimenti sarei diventata come Hemingway nascosto dietro la finestra con un fucile in mano).
Ad ogni modo, anche se riconosco che essere forzata all’interazione a volte è un bene, oggi non avevo proprio voglia di interagire con nessuno. Mi è apparso evidente fin dai primi metri di passeggiata che invece la Virna aveva un’idea di passeggiata esattamente opposta: da quando le è venuta voglia di giocare con gli altri cani, la sua socievolezza è aumentata in maniera esponenziale rispetto a quando voleva soltanto incontrare le persone per fare le feste.
La situazione è stata sotto controllo finché abbiamo incontrato soltanto persone: è bastato tirare dritto senza muovere neanche un muscolo facciale per evitare di proferire parola, fosse anche soltanto un saluto e un sorriso. Troppa fatica.
L’inevitabile, però, era dietro una curva del sentiero: eccolo là, il terrier che si avvicina tirando il guinzaglio, con il padrone già propenso ad aprire un ameno dibattito sul carattere dei nostri rispettivi amici pelosi. Ho cercato in tutti i modi di evitare l’incontro: ho iniziato dicendo che la Virna è molto riservata, ho ribadito dicendo che non ama i maschi irruenti, infine ho tentato persino di spacciarla per un cane che non gioca. E lei mi ha tradito.
Si è messa a saltare, a scodinzolare, sarebbe stato evidente anche a un cieco che aveva voglia di giocare. Una pura, semplice e palese voglia di giocare.
Il proprietario del terrier non ha perso occasione per prodigarsi in spiegazioni cinofile osservando che il comportamento del mio cane denotava proprio una voglia di giocare. Virna, ma proprio oggi dovevi fare il labrador???
E così oltre a fare la figura della stronza che ringhia a chi le si avvicina, ho pure fatto la figura di quella che non capisce un cazzo del proprio cane. E pensare che volevo soltanto fare una passeggiata confondendomi con le ombre degli alberi.

It’s all so Grey!

Vi&Va

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#DogAdvisor – Un pomeriggio d’autunno in città (Milano)

Dicevano che non conosceva nulla, che questo mondo urbano non le apparteneva. Dicevano che avrebbe avuto bisogno di tempo, che rumori folla strade l’avrebbero spaventata. Si sarebbe adattata, ma non subito. Questo mi dicevano, ed era tutto vero.
La campagna irlandese non è come la città italiana. Le gabbie non sono come gli appartamenti. Anche se rappresenta un miglioramento, ogni cambiamento comporta timori, paure, sfide: noi umani lo sappiamo molto bene.

Nelle prime settimane italiane della Virna c’è stato anche questo, nonostante sia arrivata senza traumi gravi da affrontare. Ci ho messo poco a capire che le piaceva la compagnia delle persone, ma quello che ha dimostrato nel tempo mi sorprende ancora giorno dopo giorno: alla Virna piace andare in centro, in mezzo alla gente, guardare le vetrine; le piace entrare nei negozi, curiosare tra i vestiti, conoscere le commesse. Ci sono giorni in cui le passeggiate immerse nella quiete silenziosa del parco la annoiano perché non incontriamo nessuno: la sottoscritta asociale ama questi momenti di isolamento dal caos e dalla presenza umana, lei, che è molto più socievole di me e che incredibilmente ha una fiducia pura nel genere umano, vorrebbe qualcuno a cui fare le feste, qualcuno che le faccia qualche coccola e soprattutto che le dica quanto è bella (ho il sospetto che sia anche vanitosa e inizio a credere che capisca il linguaggio umano dei complimenti: del resto, è una femmina vera).

Il massimo dello sballo è quando andiamo a Milano. Solitamente andiamo in città quando ho degli appuntamenti, altrimenti scelgo il Parco Nord o il Parco Sempione per delle passeggiate naturalistiche.
Il Quartier Generale è la Darsena, dove si trova l’ufficio dell’agenzia con cui collaboro da quasi otto anni. Ormai ho acquisito una routine anche con la Virna: parcheggio in zona Solari e ne approfitto per sgranchirci un po’ le gambe prima di arrivare a destinazione. Via Foppa è una delle mie preferite di tutta Milano e a quel microcosmo sono legata dall’affetto che si prova per le cose che ci hanno accompagnato nei momenti di crescita. Il cuore caldo e pulsante di questo affetto è per me via Savona: ci ho passato alcuni degli anni più pieni di vita della mia storia e i miei ricordi sono tutti lì, che mi guardano passare come spettatori sorridenti. Adesso mi vedono insieme alla Virna, e mi rimandano un senso di famigliarità ancora maggiore.
Quello di ieri doveva essere soltanto un pranzo veloce, invece si è trasformato in un pomeriggio di maratona inseguendo i miei sogni e cercando di star dietro al passo della Virna entusiasta, praticamente un cavallino al trotto.

Per il pranzo avevo scelto un locale in cui non ero mai stata: volevo cambiare abitudini, ma il karma me lo ha impedito perché il locale era chiuso e quindi sono tornata al solito posto, dove per “solito” intendo “casa mia”.
“Casa mia” è il ristorante giapponese migliore della zona, aperto ben prima del proliferare della cucina orientale in Porta Genova. La perla d’oro si trova in via Vigevano: locale elegante, ottimo sushi, menù pranzo a prezzo contenuto e, da quando sono vegetariana, anche una discreta scelta veg. Ho portato la Virna diverse volte e, anche quando il locale è affollato, trovano sempre un tavolo tranquillo dove la Virna può sistemarsi sul suo tappetino.

Il pranzo aveva un ODG ben preciso: definire il percorso nella selva oscura dell’organizzazione della presentazione di un libro. Il mio.
Il punto di partenza è la location: non una libreria classica, ma un luogo in cui non ci siano soltanto dei libri. Anche perché a fare la presentazione ci sarà un personaggio vulcanico, ma lo dirò a tempo debito e facendo svariati gesti scaramantici. Pensiamo prima alla location, che non è così immediata da trovare.

Sono andata a vedere due caffè-librerie raggiungibili a piedi: Lapsus all’inizio di via Meda e Gogol & Company in fondo a via Savona. Praticamente una mezza maratona che se chiamavo Linus mi faceva un applauso.

Ho trovato molta dog friendship in entrambi i locali, belli in maniera diversa: dall’ambiente accogliente e famigliare del Lapsus, il classico posto dove tutti si conoscono un po’ e dove le donne che lo gestiscono ti fanno sentire in un ambiente protetto anche se è la prima volta che ci entri, al locale intellettuale e alternativo, un tantino radical chic, ma indubbiamente affascinante, del Gogol & Company.

Nonostante le differenze di atmosfera, in entrambi c’è stata quella che ho ribattezzato “scena del coccodrillo”: è il momento in cui la Virna si alza in piedi per uscire dal locale, la gente finalmente si accorge della sua esistenza (fino a quel momento è rimasta appallottolata sul suo tappetino) e mostra un campionario di espressioni facciali degna di un attore durante un provino di improvvisazione. Stupore, ammirazione, incredulità, dubbio (oddio, che cane sarà?!), poi iniziano con: commenti tra di loro come se io non esistessi e non fossi dotata di udito funzionante, commenti a voce alta che non si capisce se si stiano rivolgendo a me oppure siano pensieri senza filtro, domande, complimenti a me, complimenti alla Virna, coccole, vocine di varia intonazione. Neanche avessi un coccodrillo al guinzaglio, appunto.
Sia al Lapsus che al Gogol i clienti del tavolo a fianco mi hanno trattenuta, anche se – devo essere onesta – sono stati più simpatici i clienti di uno dei due locali: non vi dico quale, ho fiducia nel vostro intuito.

Per la cronaca, l’effetto dell’entusiasmante pomeriggio in città è stato che stamattina alle 9 la principessa Virna dormiva ancora appallottolata sul divano.

It’s all so Grey!

Vi&Va

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Giorno 74. E la Virna, nel frattempo, si riposava.

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Nel post di ieri, Giorno 73, ho raccontato la mia metà della scorsa settimana da paura: mentre io rimbalzavo dal lavoro alla Holden, in quale faccende s’è affaccendata la Virna?
Anche per lei sono stati giorni di sfide, affrontate come di consueto – e per fortuna! – tra una dormita e l’altra.

Quando sono impegnata in teatro o in trasferta, la Virna è affidata ai nonni: mia madre, a proprio agio in cucina, è deputata alla preparazione del banchetto per la principessa, mentre mio padre, di gamba lesta, è il suo cocchiere che la porta a spasso. Una strategia vincente e parecchio rodata: se nei primi mesi dal suo arrivo non ho praticamente lavorato, dopo otto mesi sono partita per una trasferta di otto giorni. Lei aveva avuto il tempo di affezionarsi ai nonni e di fidarsi del fatto che sarei tornata, anche se non mi vedeva per diversi giorni.
Quella prima volta è filato tutto liscio e, quando ho ripreso a fare la trottola tra un teatro e l’altro, la Virna ha capito che a casa dei nonni poteva dormire sul divano, farsi coccolare a oltranza, essere viziata con qualche premietto e non doveva nemmeno fare la mezza maratona come con la mamma! E poi dicono che i levrieri non sono tanto svegli.
Nel tempo ha anche smesso di mugolare quando esco dalla porta: ormai rimane impassibile. Distrutta dal dolore, proprio.
Scherzo sul fatto che non soffra quando non ci sono, ma in realtà la benedico perché ha un bel carattere e si è adattata perfettamente anche alla mia vita un po’ incasinata. Quando si dice l’anima gemella.

Tutto sotto controllo, dunque. E invece no: io ero nervosa per il lavoro (ma non si era capito, eh!), ma ho cercato in tutti i modi di non trasmetterle il mio nervosismo – perché i levrieri hanno una sensibilità fuori dal comune e percepiscono anche le emozioni che noi proviamo a un livello ancora inconscio – e soprattutto eravamo all’inizio del cambio di alimentazione. Definirla fase cruciale è un opaco eufemismo.
Il cibo è sempre un argomento delicato come il suo intestino: fare il cambio senza osservare le sue reazioni con i miei stessi occhi di me medesima mi preoccupava.
Se: sta male-ha bisogno di uscire-vomita-fa la diarrea-la cacca troppo molle-la cacca troppo dura-non mangia-e mille altre ipotesi?
Ma non sono apprensiva, no.
Per fortuna mia madre ha tonnellate di razionalità più di me: la mia natura emotiva sbatte violentemente contro la sua, ma a volte è anche rassicurante. Quando si parla della Virna, mi dà sempre tranquillità, forse perché ha avuto due figlie e io fino a tre anni fa non sapevo badare neanche a me stessa.
Così nei giorni scorsi ci mandavamo messaggi che, a leggerli, sembravamo un medico e il suo paziente: ha dormito? quante cacche ha fatto? ha mangiato? ha corso? dalle 50 grammi di questo, 70 di quello, 100 grammi di quell’altro. Il tutto coadiuvato da documentazione fotografica, di cui allego alcuni campioni senza filtri e senza inganni. Altro che Grey’s Anatomy.
Nel mondo non-verbale della Virna (beata lei!) i giorni sono stati più o meno questi: che bello il nonno mi porta fuori tanto faccio quello che voglio – che bello andiamo in centro allora mi metto a saltare – che bello c’è la nonna che mi dà da mangiare – che bello c’è la pappa nuova che mi piace di più di quella vecchia – che bello c’è la zia Francy che mi coccola – che bello dormo sul divano quanto voglio.
Che stress, insomma!

It’s all so Grey!

Vi&Va