Giorno 63. Il ticchettio di un’illusione.

…non innamorarti, mai e poi mai.
Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.
(La meccanica del cuore, Mathias Malzieu)

La sveglia alle 5.36. Una tazza di latte di avena. La passeggiata al parco con la Virna. Il messaggio di buongiorno della mia amica Carly. Tutto si è ripetuto uguale alle altre mattine. Eppure non è un giorno qualsiasi: basta un piccolo spostamento di prospettiva, una minima deviazione dal percorso consueto, un vezzo nel gesto per variare la routine.

Mi sono svegliata alle 5.36 con i brividi per la brezza fresca che entrava dalla finestra. Ho sorseggiato la tazza di latte rannicchiata sul divano. La passeggiata insieme alla Virna è stata più lunga del solito perché finalmente non siamo dovute scappare via dal sole. Il buongiorno della Carly è stato un ringraziamento per avere reso la cena con i nostri “amici di levrieri” in onore del suo matrimonio più bella di un addio al nubilato. La luce cade diversa sul solito paesaggio e ne illumina sfumature nuove. Eppure c’è ancora qualcosa: un ticchettio, un metronomo, un ingranaggio, silenzioso tra i rumori del giorno, ma che fa sentire distintamente la propria voce nei pensieri al risveglio, tra i passi che solcano il sentiero, mentre scrivi un messaggio stupido alle tue amiche – perché questo ticchettio deve sfogare la propria allegria all’esterno, non può tenerla per sé.
È il suono di un orologio che ha ripreso a battere, del cuore che ha ripreso a funzionare.

Mi sono presa una cotta per un ragazzo. Forse a trentacinque anni dovrei usare espressioni meno adolescenziali, invece lo voglio dire proprio così, come se di anni ne avessi quindici di meno. Perché quello che ci tiene in vita è una scossa di elettricità e io vorrei sentirla di nuovo correre fino alla fine dell’ultimo capillare.
Se soltanto fosse meno complicato!
Meno complicato abbattere i muri di paure costruiti con perizia dopo tanti anni di delusioni. Meno complicato scegliere di buttarsi con la stessa incoscienza dei vent’anni. Meno complicato evitare di sperare, sotto uno spesso strato di disillusione, che magari questa volta potrebbe non essere un fallimento. Meno complicato non ascoltare la voce in fondo alla testa, che dice che se non ha mai funzionato in trentacinque anni, perché dovrebbe iniziare a funzionare adesso. Meno complicato non finire con il darsi per vinta, perché ormai sei troppo vecchia per vivere un amore romantico, ormai sei appassita per profumare ancora di vitalità, ormai sei troppo arroccata nella tua torre isolata per metterti davvero in gioco.

Dopo l’ultima delusione, che mi ha spinto ad adottare la Virna per potere costruire la relazione che mi era stata negata, mi sono completamente chiusa al mondo esterno: ha vinto la paura di soffrire, ma anche una dose letale di sfiducia nel genere maschile e di noia, tremenda noia per questi maschi banali e privi di spessore che circolano a piede libero. In questi due anni e mezzo ho perfezionato la mia Arte della Solitudine: so stare da sola e ci so stare con grande piacere. Perché dovrei rinunciare al tempo che dedico a me stessa e alla Virna per perdere qualche ora insieme a un maschio che certamente mi farà rimpiangere di non essere rimasta a casa a leggere, scrivere, guardare un film o il soffitto?
È difficile che io riesca a trovare un uomo che mi susciti la curiosità di conoscerlo meglio e il desiderio di parlare fino a perdere il conto delle ore e il conto delle ore perderlo baciandosi.

Eppure io non ci so stare, senza quel brivido. L’angoscia che mi fa mancare il respiro di fronte alla prospettiva futura non è quella di rimanere da sola, di non avere una relazione stabile: è l’idea di non provare mai più quella piccola emozione di un messaggio, di scegliere il vestito per il primo appuntamento, di vedere nei suoi occhi lo stesso desiderio che lui può leggere nei tuoi.

E così mi ritrovo qui, ancora una volta e sapendo che non sarà l’ultima, a muovermi al ritmo di quel ticchettio, indecisa tra mettermi in gioco e dichiararmi sconfitta a tavolino, in una schizofrenia di emozioni.
Vorrei credere a quelli che da giovani si chiamano segni del destino: ad esempio il fatto che lui ami i cavalli, gli animali che adoravo da bambina, e i greyhound neri come la Virna. Negli ultimi mesi ho continuato a pensare che avrei voluto incontrare un ragazzo che amasse i levrieri quanto me. Se avessi qualche anno in meno, crederei all’illusione che magari il destino mi ha ascoltato e ha messo sul mio cammino proprio quel ragazzo. E poi ci sarebbe la coincidenza che lui ha adottato proprio quella perla nera di cui mi ero innamorata e che sognavo di affiancare alla Virna, e che io ero presente quando lei è scesa dal furgone che l’ha portata qui dall’Irlanda, mentre lui la guardava piangendo senza trattenere neanche una lacrima.
Ci sarebbe una costellazione di sincronicità, ma a trentacinque anni non mi permetto più di credere che siano segnali e li caccio via pensando che siano soltanto illusioni, specchietti per le allodole, proiezioni del mio desiderio di vivere ancora una volta, ancora per un minuto, il brivido di una piccola emozione. Sono convinta che il mio viaggio in questa vita sia una traversata in solitaria e sperare di cambiare la meta di questa navigazione è tempo perso e tanta sofferenza inutile.
Di fronte a una coppia fermatevi a chiedervi: perché stanno insieme? Anche quando vi sembrerà la coppia peggio assortita della storia e le loro motivazioni vi sembreranno superficiali, sarà veritiero un dettaglio: si sono trovati. Il segreto di una coppia è la sincronicità, l’essersi incontrati nel momento giusto per entrambi.
Ecco, questa magia mi è totalmente sconosciuta: ho sempre incontrato le persone nel momento sbagliato. Erano in una fase di transizione della loro vita, erano appena usciti da una relazione finita male, erano già fidanzati con un’altra, erano concentrati sui propri progetti. Potrei andare avanti nell’infinito elenco per cui non sono mai stata capace di creare la sincronicità: troppe volte sono stata la fase di transizione di un ragazzo, che per me invece rappresentava la speranza di una relazione. Troppe volte sono stata un giocattolino con cui divertirsi prima di trovare la ragazza giusta, per essere scartata come il giocattolo rotto. A rompersi era sempre e soltanto il mio cuore e io voglio che nessun altro calpesti i frammenti dei miei sentimenti spezzati.
Come posso, dunque, riuscire a mettermi in gioco davvero?
Come si fa a non fare morire la speranza a trentacinque anni? Purtroppo credo che la mia sia già sepolta ed è per questo che credo che aspetterò che il ticchettio si metta a tacere, senza agire, ben consapevole che rinunciare ad agire significa morire.

Vi&Va

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La meccanica del cuore, Mathias Malzieu

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Giorno 47. Cinofilia generazionale.

È un periodo in cui alle scarpinate in giro per la città preferisco le passeggiate in qualche parco, meglio se poco frequentato come accade spesso di mattina. Non c’è traccia del fastidioso insediamento umano: non ci sono né gli odori né i rumori che animano (o fanno morire, a seconda dei punti di vista) le città, anche quelle piccole come la mia; non ci si deve fermare ai semafori, non si deve aspettare per attraversare la strada, non si incontrano persone che si lamentano che in giro ci sono troppi cani.
Al parco non c’è nessuno, non ci sono macchine che passano, si sente il suono del ruscello e degli uccelli. Siamo solo io e Virna: io mi rilasso,Virna si diverte ad annusare odori nuovi e se vuole trottare veloce io corro, senza dover fare lo slalom tra le persone.

Per mantenere di diritto il titolo di Regina dei Pensionati, durante le nostre passeggiate spesso incontriamo dei Signori-di-una-certa-età, che magari stanno facendo una passeggiata nella natura con la moglie.
Di solito mi fermano facendomi i complimenti per il bellissimo levriero e devo subito fare una precisazione: i Signori-di-una-certa-età riconoscono senza esitazioni il levriero, anzi loro lo chiamano levriere, come d’uso ai loro tempi. Tempi in cui li vedevano correre al Vigorelli, ma, nonostante questo, conoscono le caratteristiche di questa razza e sanno che se non hanno un vero motivo i levrieri non corrono.
Poi mi fanno mille domande perché hanno delle curiosità che vogliono approfondire, io inizio a parlare della vita dei Greyhound in Irlanda e divento logorroica, per cui i minuti passano che è un piacere.

È la sensazione che mi danno questi signori a trattenermi senza guardare l’orologio: la sensazione di persone che non hanno più sovrastrutture.
Se per un caso eccezionale si ferma un ragazzo dopo due domande scappa. È un levriero? Corre veloce? E a correre via veloce è proprio lui. Sembra che i giovani abbiano paura di scambiare due parole in più, come se questo possa stabilire un contatto già eccessivo. Hanno paura di dire quello che pensano, di far vedere quello che provano, di compromettersi con una frase in più.
I Signori-di-una-certa-età invece no: non hanno paura di fermarsi a chiacchierare, di fare una battuta di spirito, anche di fare un complimento alla padrona. Per galanteria, quel concetto che è totalmente scomparso dalle relazioni umane.
Perciò io mi chiedo: come si fa a costruire una relazione se i ragazzi hanno paura anche di dire che hai un bel cane?

Vi&Va

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Giorno 46. Tristano senza Isotta

Sono entrambi levrieri, ma sono razze diverse. Sono entrambi a pelo raso, ma sono razze diverse. Corrono entrambi veloci, ma sono come il giorno e la notte. Greyhound e Galgo sembrano uguali, ma le apparenze ingannano anche nel loro caso: mettete un levriero inglese e uno spagnolo in area cani e vedrete che ogni equazione non sarà mai perfetta.

Virna e Tristan si sono stati subito simpatici: alla fine di una lunga passeggiata nei boschi erano già diventati amici. I modi gentili, il passo svelto, la curiosità di Tristan lo hanno reso un compagno di merende ideale per Virna. Queen V. non ama particolarmente i Galgo: troppo scomposti, troppo entusiasti, troppo grezzi, insomma troppo plebei per lei. Gioia e meraviglia – da parte mia – nell’osservare quanto invece le piaccia stare in compagnia di Tristan: cammina sempre vicina a lui, appena si ferma appoggia il muso sulla sua schiena, annusa lo stesso filo d’erba e ha l’espressione della ragazzina che se la sta spassando in giro con il suo migliore amico.

Tristan era autorizzato a pensare di aver trovato una compagna di giochi pazzi e di sfrenate corse, perciò quando si sono incontrati al parco le è corso incontro per accoglierla e invitarla al gioco. Quale delusione nel vedere che la sua amica, invece, di correre non ne aveva neanche l’ombra di una vaga intenzione. Nessunissima. Tristan, da Galgo gioioso ed entusiasta qual è, ha saltato come un canguro, corso dietro alle sue mamme umane, corso dietro a me, che tentavo di far correre Queen V, la quale guardava tutti con aria perplessa: “Non ci sono conigli, scoiattoli e neanche l’ombra di un gatto; non c’è neanche un peloso a cui fare un pizzicotto sulla chiappa, né un cucciolo da insegnargli la Legge del Cane Sciolto: per quale motivo io dovrei fare tutta quella fatica?”
Nel frattempo Tristan si esibiva in una serie di saltelli aggraziatissimi e la guardava con aria sconsolata, io con il fiatone gettavo la spugna e l’immancabile esperto cinofilo sentenziava: “È un cane da corsa, ha bisogno di correre”. Ma anche no.
Anche no, il levriero non è un cane da corsa, ma un cane da caccia.
Anche no, non ha bisogno di correre appena gli si molla il guinzaglio.
Anche no, Grey e Galgo non sono la stessa cosa.

Vi&Va

L’esuberanza di Virna in area cani