Giorno 64. Iniziare un nuovo giorno con un proverbio giapponese.

Qualche mattina fa mi sono svegliata pensando a queste parole: Cadi sette volte, rialzati otto.
È un detto giapponese riportato nell’Hagakure di Yamamoto Tsunemoto, una delle opere letterarie più importanti della tradizione letteraria giapponese, che tramanda la saggezza dei samurai in forma di aforismi.
Conosco bene questo concetto, ho praticato kendo per diversi anni: in ogni jigeiko richiami alla mente la forza di continuare nonostante tu abbia subito un colpo. Un samurai non si arrende, mai: l’atteggiamento arrendevole è una mancanza di rispetto verso se stessi e verso il proprio avversario. Bisogna onorarlo, invece, e onorare il combattimento. Se sbagli, vai avanti. Se subisci un colpo, vai avanti.
Il mushin è lo stato a cui deve tendere la ricerca interiore del samurai ed è una ricerca e uno studio che eleva lo spirito. “Non mente” significa liberare la propria mente dalla tecnica, dai pensieri, dai ragionamenti: lo stato di vuoto nella mente rende il samurai libero durante il combattimento. E allora si rialzerà sempre una volta in più di quante è caduto.

Ho messo nel bagaglio del mio viaggio tutti gli insegnamenti che mi ha dato il kendo e spesso mi trovo in situazioni che richiamano alla mente quello che ho appreso.

«Metti il piede in fallo e cadi sette volte, otto rialzati e risorgi»

Le emozioni che ho espresso nel mio ultimo post mi hanno fatto cadere, ma la vera forza non consiste nel non cadere, nel non sbagliare, nel non esitare: forte è colui che si rialza, che impara dai propri errori, che torna all’azione. Rialzarsi una volta in più di quante si è caduti è la vera forza di uno spirito combattivo, che affronta a viso aperto ogni sfida.
Allora non è segno di debolezza sostare un poco nella tristezza e fare riposare le armi: chi non piange mai non si lascia attraversare dalle emozioni e io diffido delle persone che impostano la loro vita sul controllo razionale di ogni movimento interiore. Governare le emozioni non significa reprimerle.
Per acquisire la forza di rialzarsi bisogna prima cadere: soltanto la caduta mette lo spirito nelle condizioni di crescere, migliorare, allargare i propri limiti, cercare dentro di sé la determinazione per rimettersi in piedi e andare avanti.
A me serviva una notte intera per ritrovare la forza: una notte di plenilunio (io ho un rapporto molto profondo con la Luna, ma ve lo racconterò un’altra volta, se ce ne sarà l’occasione) e di eclissi. La mattina successiva ho aperto gli occhi, non soltanto in senso fisico: sentivo la consapevolezza di qual è il mio percorso e in quale punto io mi trovi. Non so quanta strada mi manchi per realizzare quello che devo compiere: non guardo avanti, guardo al presente, all’oggi. Il futuro è un “oggi”, ma noi perdiamo così tanto tempo guardando a una dimensione che non esiste.
Ho ripetuto il proverbio come un mantra, per poi alzarmi piena di energia e mossa dalla forza di questa consapevolezza. Niente può fermarmi ora, che ho capito che la vita non mi sta negando nulla, al contrario: mi sta dando la condizione necessaria per realizzare quello che voglio.
Chi ha indossato l’armatura nella propria vita, resterà per sempre un samurai.

Vi&Va

Leeshue - Nanakorobi yaoki_0001

SalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalva

Annunci

Giorno 63. Il ticchettio di un’illusione.

…non innamorarti, mai e poi mai.
Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.
(La meccanica del cuore, Mathias Malzieu)

La sveglia alle 5.36. Una tazza di latte di avena. La passeggiata al parco con la Virna. Il messaggio di buongiorno della mia amica Carly. Tutto si è ripetuto uguale alle altre mattine. Eppure non è un giorno qualsiasi: basta un piccolo spostamento di prospettiva, una minima deviazione dal percorso consueto, un vezzo nel gesto per variare la routine.

Mi sono svegliata alle 5.36 con i brividi per la brezza fresca che entrava dalla finestra. Ho sorseggiato la tazza di latte rannicchiata sul divano. La passeggiata insieme alla Virna è stata più lunga del solito perché finalmente non siamo dovute scappare via dal sole. Il buongiorno della Carly è stato un ringraziamento per avere reso la cena con i nostri “amici di levrieri” in onore del suo matrimonio più bella di un addio al nubilato. La luce cade diversa sul solito paesaggio e ne illumina sfumature nuove. Eppure c’è ancora qualcosa: un ticchettio, un metronomo, un ingranaggio, silenzioso tra i rumori del giorno, ma che fa sentire distintamente la propria voce nei pensieri al risveglio, tra i passi che solcano il sentiero, mentre scrivi un messaggio stupido alle tue amiche – perché questo ticchettio deve sfogare la propria allegria all’esterno, non può tenerla per sé.
È il suono di un orologio che ha ripreso a battere, del cuore che ha ripreso a funzionare.

Mi sono presa una cotta per un ragazzo. Forse a trentacinque anni dovrei usare espressioni meno adolescenziali, invece lo voglio dire proprio così, come se di anni ne avessi quindici di meno. Perché quello che ci tiene in vita è una scossa di elettricità e io vorrei sentirla di nuovo correre fino alla fine dell’ultimo capillare.
Se soltanto fosse meno complicato!
Meno complicato abbattere i muri di paure costruiti con perizia dopo tanti anni di delusioni. Meno complicato scegliere di buttarsi con la stessa incoscienza dei vent’anni. Meno complicato evitare di sperare, sotto uno spesso strato di disillusione, che magari questa volta potrebbe non essere un fallimento. Meno complicato non ascoltare la voce in fondo alla testa, che dice che se non ha mai funzionato in trentacinque anni, perché dovrebbe iniziare a funzionare adesso. Meno complicato non finire con il darsi per vinta, perché ormai sei troppo vecchia per vivere un amore romantico, ormai sei appassita per profumare ancora di vitalità, ormai sei troppo arroccata nella tua torre isolata per metterti davvero in gioco.

Dopo l’ultima delusione, che mi ha spinto ad adottare la Virna per potere costruire la relazione che mi era stata negata, mi sono completamente chiusa al mondo esterno: ha vinto la paura di soffrire, ma anche una dose letale di sfiducia nel genere maschile e di noia, tremenda noia per questi maschi banali e privi di spessore che circolano a piede libero. In questi due anni e mezzo ho perfezionato la mia Arte della Solitudine: so stare da sola e ci so stare con grande piacere. Perché dovrei rinunciare al tempo che dedico a me stessa e alla Virna per perdere qualche ora insieme a un maschio che certamente mi farà rimpiangere di non essere rimasta a casa a leggere, scrivere, guardare un film o il soffitto?
È difficile che io riesca a trovare un uomo che mi susciti la curiosità di conoscerlo meglio e il desiderio di parlare fino a perdere il conto delle ore e il conto delle ore perderlo baciandosi.

Eppure io non ci so stare, senza quel brivido. L’angoscia che mi fa mancare il respiro di fronte alla prospettiva futura non è quella di rimanere da sola, di non avere una relazione stabile: è l’idea di non provare mai più quella piccola emozione di un messaggio, di scegliere il vestito per il primo appuntamento, di vedere nei suoi occhi lo stesso desiderio che lui può leggere nei tuoi.

E così mi ritrovo qui, ancora una volta e sapendo che non sarà l’ultima, a muovermi al ritmo di quel ticchettio, indecisa tra mettermi in gioco e dichiararmi sconfitta a tavolino, in una schizofrenia di emozioni.
Vorrei credere a quelli che da giovani si chiamano segni del destino: ad esempio il fatto che lui ami i cavalli, gli animali che adoravo da bambina, e i greyhound neri come la Virna. Negli ultimi mesi ho continuato a pensare che avrei voluto incontrare un ragazzo che amasse i levrieri quanto me. Se avessi qualche anno in meno, crederei all’illusione che magari il destino mi ha ascoltato e ha messo sul mio cammino proprio quel ragazzo. E poi ci sarebbe la coincidenza che lui ha adottato proprio quella perla nera di cui mi ero innamorata e che sognavo di affiancare alla Virna, e che io ero presente quando lei è scesa dal furgone che l’ha portata qui dall’Irlanda, mentre lui la guardava piangendo senza trattenere neanche una lacrima.
Ci sarebbe una costellazione di sincronicità, ma a trentacinque anni non mi permetto più di credere che siano segnali e li caccio via pensando che siano soltanto illusioni, specchietti per le allodole, proiezioni del mio desiderio di vivere ancora una volta, ancora per un minuto, il brivido di una piccola emozione. Sono convinta che il mio viaggio in questa vita sia una traversata in solitaria e sperare di cambiare la meta di questa navigazione è tempo perso e tanta sofferenza inutile.
Di fronte a una coppia fermatevi a chiedervi: perché stanno insieme? Anche quando vi sembrerà la coppia peggio assortita della storia e le loro motivazioni vi sembreranno superficiali, sarà veritiero un dettaglio: si sono trovati. Il segreto di una coppia è la sincronicità, l’essersi incontrati nel momento giusto per entrambi.
Ecco, questa magia mi è totalmente sconosciuta: ho sempre incontrato le persone nel momento sbagliato. Erano in una fase di transizione della loro vita, erano appena usciti da una relazione finita male, erano già fidanzati con un’altra, erano concentrati sui propri progetti. Potrei andare avanti nell’infinito elenco per cui non sono mai stata capace di creare la sincronicità: troppe volte sono stata la fase di transizione di un ragazzo, che per me invece rappresentava la speranza di una relazione. Troppe volte sono stata un giocattolino con cui divertirsi prima di trovare la ragazza giusta, per essere scartata come il giocattolo rotto. A rompersi era sempre e soltanto il mio cuore e io voglio che nessun altro calpesti i frammenti dei miei sentimenti spezzati.
Come posso, dunque, riuscire a mettermi in gioco davvero?
Come si fa a non fare morire la speranza a trentacinque anni? Purtroppo credo che la mia sia già sepolta ed è per questo che credo che aspetterò che il ticchettio si metta a tacere, senza agire, ben consapevole che rinunciare ad agire significa morire.

Vi&Va

la-meccanica

La meccanica del cuore, Mathias Malzieu

SalvaSalva

Giorno 58. Le donne della mia famiglia.

L’emozione nell’attesa del grande giorno, e poi la gioia, le lacrime, la tenerezza: un bambino che viene battezzato è il figlio di tutti, prima ancora di entrare nella famiglia dei figli di Dio. Non per me, che non amo i bambini, non provo nessuna tenerezza per loro, non empatizzo con la gamma di emozioni che pervadono i cuori di tutti e che, per questi motivi, vengo considerata l’Anticristo.
Con queste premesse domenica ho portato il mio corpo visibile al battesimo del secondogenito di mia cugina E. Il mio spirito era altrove, a metà strada tra il “vorrei essere a casa, con la Virna sul divano e io alla scrivania a scrivere” e il “potevo stare con i miei amici dei levrieri”. Ho portato la Virna dalla “zia Stefy”, certa che avrebbe trascorso un bel pomeriggio insieme al suo amico Bali, greyhound come lei, e a Mimì, che le abbaia sempre tanto quando la vede, ma poi la accoglie in casa.
Ero in macchina da sola a fare i 50 chilometri necessari a raggiungere la chiesa. Come se già non fossi stata la pecora nera della famiglia.

IMG_20170718_170719

Eravamo in due a rivestire lo scomodo ruolo di pecore nere: io e mia cugina E. Controcorrente, rivoluzionarie, oneste e dirette: non ci siamo mai allineate a quello che le brave ragazze vogliono e fanno, e abbiamo sempre detto le cose in faccia fino a essere considerate delle stronze. Io e mia cugina ci capivamo come sorelle, anzi lei era l’amica-complice-confidente che non è mai stata mia sorella biologica.
Anche lei ha sempre seguito il cuore, in tanti glielo hanno spezzato, finché durante una vacanza ha trovato un ragazzo che con lei non c’entrava proprio nulla e che non aveva niente che potesse interessarle. Si sono sposati dopo 4 anni di fidanzamento ed è stato un matrimonio bellissimo.
Siamo rimaste amiche, anche se ovviamente ci vedevamo con minore frequenza, fino all’arrivo del primo figlio, anzi alla prima gravidanza. Anche in questo caso non ho mostrato nessuna empatia, non sono stata presente, mi sono sempre rifiutata di toccarle la pancia perché mi faceva impressione (una volta glielo dissi e non ci parlammo per un po’). Il fatto che non mi piacciano i bambini non mi fa piacere nemmeno i figli delle cugine o delle amiche: non posso costringermi a essere diversa da quella che sono, non posso fare finta di essere come gli altri vorrebbero.
L’arrivo di questo secondo figlio segna il distacco definitivo tra le nostre vite, che non hanno più niente in comune. Del resto anche io preferisco passare il mio tempo libero insieme agli amici che hanno adottato un levriero. È una questione di affinità, che non prescinde dall’affetto: questo rimane immutabile, anche se fa ancora più male arrivare a fine giornata senza avere scambiato neanche due parole.

Ne ho scambiate tantissime, invece, con altre cugine che non vedevo da quando andava ancora di moda il caschetto. Sono venute un po’ a stanarmi perché ho un carattere ombroso e mi isolo facilmente quando non mi sento nel mio ambiente: gli altri mi giudicano stronza, io lo faccio perché vorrei diventare invisibile. Con la scusa di farmi i complimenti per il mio libro, sono venute a sedersi vicino a me C. e la mia quasi-gemella M.: io e M. siamo nate con 7 giorni di differenza, abbiamo fatto tutte le scuole insieme fino alle superiori, siamo cresciute insieme. Abbiamo parlato del mio rientro da Modena, della sua routine quotidiana sui treni, dei miei tatuaggi, delle sue lezioni di crossfit. L’ho vista molto in forma, ma prima del taglio della torta è andata via, mi era sembrato di capire per via di un esame impegnativo che avrebbe dovuto fare la mattina dopo.
Quando sono arrivata a casa, invece, mi ha scritto che avrebbe fatto l’estrazione degli ovociti per tentare la fecondazione in vitro. Ho sempre pensato che fosse contro natura accanirsi per avere qualcosa che la natura non concede e che, forse, non è nel destino di una coppia. Di fronte al messaggio di mia cugina, invece, scritto con tanta passione, speranza, desiderio di essere felice, ho provato soltanto empatia verso una decisione che ha richiesto riflessioni profonde e che ha vissuto senz’altro momenti di dolore.
Giudicare chi sentiamo vicino non è facile come sputare sentenze nelle vite che non conosciamo. Allora mia cugina M. ha tutta la mia ammirazione perché ha deciso di intraprendere un percorso difficile, doloroso e incerto per realizzare il suo desiderio. Non so che forma abbia il desiderio di maternità, ma la forma che ha un desiderio viscerale la conosco bene, e partecipo alla sua speranza.

La torta l’ho mangiata chiacchierando con mia cugina B., con la quale non c’è mai stato un legame particolare e che negli anni si è attirata non poche critiche per certi suoi atteggiamenti polemici (che nemmeno io ho mai condiviso).
B. ha conosciuto il lutto peggiore: la perdita del compagno di una vita dopo l’agonia della malattia. Ha trovato conforto in un uomo molto più grande di lei, non affascinante e benestante. I mormorii e gli sguardi imbarazzati del resto del parentado li ho colti, ma non li ho condivisi: in fondo ammiro il coraggio un po’ sfrontato di presentare a una festa di famiglia un compagno non proprio normale. E poi, che cos’è la normalità? Nient’altro che una convenzione sociale, allora io sto dalla parte di tutti coloro che quella presunta normalità la combattono, la sfidano, che suscitano scandalo. Mi piacciono le scelte non ovvie, quelle meno semplici, quelle che attirano gli sguardi e che fanno rimanere senza parole i benpensanti.
Scommetto che tutti hanno pensato che sia troppo vecchio e troppo brutto per stare insieme a mia cugina. Io, invece, penso di capirla un po’ perché so quanto sia dura essere da soli e affrontare un giorno dopo l’altro senza un compagno con cui condividere i piccoli momenti quotidiani e la prospettiva del futuro insieme a un’altra persona. È facile giudicare, quando da sola non ci sei stata mai, quando torni a casa e hai sempre avuto qualcuno che ti aspettava, quando l’orizzonte non è mai stato di uno sguardo solo. Giudicare è un lusso che possono concedersi soltanto le persone che non conoscono le ombre appiattite di una vita senza testimoni.
Io questo lusso non ce l’ho e allora sono felice per mia cugina e anche un po’ invidiosa perché è riuscita a trovare un testimone per la propria vita.

Vi&Va

IMG_20170717_140354_956.jpg