Giorno 49. Relativismo generazionale.

Tutte le mattine io e la Virna andiamo in edicola, di ritorno dalla passeggiata, a prendere i giornali per l’ufficio: la giornalaia è la prima persona che incontro al mattino, la prima con la quale intrattengo una breve conversazione (o lunga, a seconda di quanto sono in ritardo). Mi ha chiesto di darle del tu, mi tiene da parte gli inserti che sa che mi interessano, insomma, mi fa sentire un po’ a casa anche se qui a Modena sono soltanto di passaggio.

Non di rado capita che, mentre io sto prendendo i giornali, arriva un nuovo cliente: se rivolge l’attenzione alla Virna, lei gli si avvicina per farsi coccolare. Qualche giorno fa è arrivata una signora anziana, che con garbo d’altri tempi ha fatto i complimenti alla Virna e a me (in quest’ordine) per la nostra bellezza. Ricevere un complimento cordiale è un buon modo per iniziare la giornata in armonia e la signora è stato uno di quegli incontri che escono dal mucchio per rimanere impressi.

Stamattina l’ho incontrata di nuovo e di nuovo mi ha fatto i complimenti dicendomi che io e il mio cane siamo fatte nello stesso modo: alte, sottili (io mica tanto, ma la signora ha l’indulgenza delle nonne) e dal portamento elegante. Ha iniziato a parlarmi con la voglia di chiacchierare che soltanto le persone sole possono avere alle 7 del mattino. Ho scoperto che ha 92 anni, ma ne dimostra dieci di meno nonostante gli acciacchi fisici che mi ha elencato: protesi in diverse parti del corpo e due operazioni a entrambi i piedi. La testa, però, è lucidissima ed è la cosa più importante, le ho detto.
“Ogni sera prego Gesù perché mi faccia addormentare e non mi faccia svegliare più, ma lui non mi ascolta…”
“Non dica così, signora: meno male che non la ascolta!”
“Lei è cattiva. Arrivederci.”
Ha socchiuso gli occhi e ha girato i tacchi, lasciandomi pietrificata sul posto.

Voi che cosa avreste fatto? Non avreste pensato anche voi a contrastare il desiderio di morire della signora?
La stanchezza di vivere che hanno certi anziani non la capisco proprio e, sinceramente, faccio fatica a condividerla. Parlo, ovviamente, di persone che stanno bene mentalmente e che hanno qualche acciacco, che comunque non compromette una salute tutto sommato accettabile.
Superata la prima reazione di fastidio, ho pensato che ha ragione la signora: non conosco tutti i dispiaceri che ha patito durante la sua vita, ma non sono neanche tenuta a saperli, insomma ci siamo incontrate fuori dall’edicola due volte, rimaniamo delle estranee. Come poteva aspettarsi di trovare sostegno in me per la sua speranza di morire?
L’impossibilità a capire il suo punto di vista dipende soltanto dall’età? Il relativismo dell’approccio al tema della morte è soltanto una questione generazionale? 

Quale che sia la verità, ammesso che ce ne sia una, cosa di cui dubito fortemente, spero prima di tutto di arrivare a 92 anni, poi di arrivarci con la mente lucida, ma soprattutto spero di arrivarci senza il desiderio di morire.

 

It’s all so Grey!

Vi&Va

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