Giorno 14. Il senso di una storia

Scavare nel proprio passato fino ad arrivare alle radici di se stessi: non puoi sottrarti a questa ricerca nell’incessante bisogno di capire, di spiegare, di ricordare.
Dodici anni dopo.
Dopo le parole dette, dopo quelle immaginate. Dopo quelle che hanno ferito, quelle che hanno spaventato. Quelle che hanno cercato di aiutare, di impedire la discesa nell’abisso, di risollevare.
Dicono che la nostra memoria sia selettiva e che ricordiamo solo quello che è stato importante. Ripassare la propria storia personale con i documenti coevi può essere fondamentale per recuperare dettagli sbiaditi dal tempo o, addirittura, eventi rimossi.
Non ho rimosso quello che avvenne dodici anni fa, ma non ricordavo le sfumature emozionali che ho vissuto: alla fine di quel periodo oscuro ho messo tutto in una scatola – i diari, i ricordi, le emozioni; ho conservato quanto bastava per non cadere nello stesso cratere. La storia, però, è ciclica: anche quella personale.


Avevo 12 anni quando lo conobbi, a 14 iniziai a guardarlo. Dettò le regole dei miei sentimenti per otto anni, durante cui la quotidiana frequentazione non sfociò mai in un contatto intimo. Eppure in questi dodici anni non ho fatto altro che cercare una parte di lui in ogni incontro. E non me ne ero mai resa conto.


Rileggo le parole che mi hanno circondata dodici anni fa con il distacco con cui potrei leggere i diari di una sconosciuta, come se non fosse la mia vita. Delle persone che facevano parte di quei giorni nessuna è rimasta, amiche scivolate via in silenzio. Non poter parlare con loro, ora che sto riesumando i ricordi, dà una sensazione di spettralità. Quasi come se la persona che sono stata non fosse esistita davvero, ma fosse solo frutto della mia immaginazione.
Se non c’è nessuno a oggettivare la storia si può dire che la storia sia reale? Se non ci fossero stati testimoni degli eventi avremmo mai potuto leggere la Bibbia, gli Annales, le Cronache? Della storia conosciamo solo quello che è stato raccontato: e la nostra, di storia, chi la racconta se non la permanenza di persone che hanno visto accanto a noi, vissuto insieme a noi, che hanno riso e pianto insieme a noi?

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