Giorno 8. Le cime degli alberi

Quando avevo tre anni mio padre attaccò un sellino sul manubrio della sua bicicletta e mi portò in una fattoria. La Girola, così si chiama la cascina, dista una manciata di chilometri da casa mia, ma allora mi sembrava di intraprendere un viaggio: era l’attesa a impreziosire la ritualità del sabato pomeriggio. Era la nostra festa, mia e di mio padre: non ci vedevamo quasi mai durante la settimana e quel pomeriggio tutto per noi era un modo per recuperare il tempo perso. Era anche un modo per stare all’aria aperta e conoscere gli animali: fin da piccola li ho sempre preferiti agli umani e a quell’epoca non mi ponevo ancora problemi di allevamenti, zoo, circhi; rimanevo incantata a osservare gli animali. Alla Girola mi accoglieva un grosso cane lupo di nome Lola, che mi riconosceva e non abbaiava; passavo il pomeriggio a guardare il maschio delle anitre con un grosso bitorzolo sul becco che gli dava l’aria cattiva che in effetti aveva: ne ero intimorita e me ne tenevo sempre a debita distanza. Ho imparato a prendere in mano con delicatezza i pulcini per accarezzarli, davo il fieno alle mucche e mi entusiasmavo per i vitellini appena nati. Mio padre raccoglieva i fichi maturi e li mangiavamo insieme. Ero felice in mezzo agli animali, nella fattoria.
Crescendo ho perso l’abitudine di andare alla Girola con mio padre e ho perso il contatto non solo con la natura, ma con quella parte di me stessa che ne gioiva. Sono diventata cieca: in maniera graduale, impercettibile, non sono più stata capace di osservare un fiore, un uccellino, di sentirmi in pace in mezzo agli alberi e all’energia che emanano.

Un anno fa ho intrapreso un percorso di conoscenza che mi ha portato nelle regioni dei Sensi, degli elementi naturali: anche se ancora non lo sapevo, mi sono preparata all’arrivo di Virna. Con lei ho ritrovato il piacere di stare in mezzo alla natura: facciamo lunghe passeggiate nei parchi e ne traggo molta energia. Il mio sguardo è tornato quello di quando ero bambina: mi soffermo con stupore sui cambiamenti della natura, ammiro bellezza dei fiori, le infinite varietà di verde delle piante, ascolto i suoni che animano i boschi e osservo entusiasta le forme di vita che li popolano. Il cane è il migliore amico dell’Uomo perché lo spinge a essere migliore.

Vi&Va

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Giorno 7. Gone away

Il passato è una massa informe e gelatinosa, che aspetta silente di essere riportata in vita. Basta il tocco di uno dei sensi e torna a far sentire il suo morso. Fa male, come se il sangue fosse di adesso, come se non fosse una ferita chiusa – sepolta, dimenticata: nulla si dimentica, tutto si trasforma.
C’è stato un tempo in cui gli occhi non mettevano a fuoco ed ero confusa, confusa: non sapevo, non capivo. Era reale quello che sentivo? Era uno scherzo del cuore? Ero giovane e sommersa dall’onda secolare di un mare emotivo troppo liquido, troppo imponente. Non sapevo e nella mia incapacità di dare nomi ai sentimenti soffrivo.

Sei stato il mio primo tatuaggio. Sei stato il mio primo amore, forse l’unico vero perché incondizionato. Sei stato la mia ossessione, il mio strazio: sei stato la parte oscura di me stessa, il punto più basso che io abbia mai toccato.
Sei stato svegliarmi alle 3:33 tutti i sabati sera con il terrore che avessi commesso un errore, che ti fossi spinto oltre il limite. Sei stato cantare a squarciagola e con la gola che bruciava, sapendo che chi era già andato via era la tua innocenza. Sei stato le fughe in auto con la musica che copriva i singhiozzi, sei stato il gin che bevevo di nascosto a casa da sola quando il panico di perderti mi strozzava la gola. Sei stato il mio primo taglio sui polsi. Sei stato la mia prima volta dalla psicologa, il mio primo incidente in auto, il mio primo attacco di panico. Sei stato il mio tutto, ma non sei stato niente.

Non sei stato un bacio, non sei stato un appuntamento: non sei stato niente. Eppure sei stato il sole della mia adolescenza e se oggi ti incontrassi ti sorriderei.
Ma non questa sera: stasera ho ascoltato questa canzone e ho cantato con la gola che bruciava, oggi come allora. Come se in macchina fossi sola, come se dietro di me non ci fosse lei. Come se fossi ancora giovane e libera di lasciarmi attraversare dalle emozioni. Tutto si trasforma e l’illusione di perdermi dentro i miei giovani dolori svanisce con l’ultima nota.

Giorno 6. Trussardi per i levrieri

Passeggiando insieme a un levriero spesso si colgono nei passanti bocche storte e commenti di disgusto sulla loro magrezza: il raffinato senso estetico delle masse li giudica cani brutti.
Se nell’immaginario comune il migliore amico della famiglia deve rispettare la regola “delle 3 P” – peloso, paffuto, pacioccone – qualcuno ha fatto del levriero il simbolo internazionale dell’eleganza: è il 1973 quando Nicola Trussardi crea il logo del levriero, destinato a diventare emblema non solo di raffinatezza nella moda, ma di uno stile di vita.

Domenica pomeriggio di sole e aria rilassata, tre greyhound si aggirano per il centro di Monza e fiutano la boutique di Trussardi: mettervi piedi e zampe è un obbligo!
L’accoglienza è degna di un corteo reale: i levrieri sono così, si muovono con innata grazia ed eleganza, inconsapevoli (o forse no?!) del fascino che sprigionano. Ammaliatori leggeri ed eterei, leggiadri come cristallo e forti come diamante: incantano l’esteta come la Bellezza dell’opera d’arte.
La nuova collezione del pret-à-porter (www.trussardi.com) comprende accessori con il logo in grande evidenza e molti topwear con immagini più informali di levriero: non solo eleganza, ma anche innumerevoli espressioni buffe fanno di questi cani degli adorabili pagliacci, nel senso più giocoso del termine.

Negli ultimi anni il levriero è diventato, purtroppo, anche sinonimo di maltrattamenti e si moltiplicano le forze che operano per trovare un’adozione a questi spiriti infelici: in inglese la chiamano “forever home”, una casa dove essere felici per sempre.
Trussardi
ha realizzato una T-shirt con la scritta ADOTTA UN LEVRIERO e la scelta del mio acquisto non poteva che essere questa. Unire stile e messaggio sociale: questa è classe!

Le orecchie lunghissime e tese rappresentano anche un tratto distintivo di Virna, che ha delle buffissime orecchie sproporzionate alle dimensioni della testa.
Sicuramente inaugurerò il mio nuovo acquisto domenica prossima al raduno annuale del GACI, ma sarà ancora più bello indossarla durante le passeggiate insieme alla mia nasona!

Vi&Va